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fondazione CONVERSO
Piazza S. Eufemia, 1
Milan MI 20122
Will Benedict, Steffen Jørgensen The Restaurant

Will Benedict

ill Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2017). Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018). Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
Will Benedict, Steffen Jørgensen, The Restaurant (2018), installation view. Fotografia di T-space studio.
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Will Benedict, Steffen Jørgensen

03.03 – 13.04 2018

The Restaurant

Per il loro nuovo video, "The Restaurant", Will Benedict e Steffen Jørgensen hanno creato una favola della nostra economia metabolica, un mondo-stomaco popolato da forze libidinali, terrene e celesti. The Restaurant si sviluppa a partire dal punto dove le più grottesche iniquità globali incontrano il quotidiano: ovvero, l’esperienza del mangiare. E del resto come inquadrare la trasformazione dei più basilari processi metabolici, fondamentali alla vita sin da quando i nostri antenati unicellulari vagavano in acque plasmatiche, di fronte a un’attività diventata così sovradeterminata che, per mangiare, non abbiamo solo bisogno del cibo stesso, ma anche:


– dell'intero apparato dell’internet e dei suoi server col fiato corto;

– di tutto l'inchiostro e la carta utilizzati da libri e giornali;

– di tutta l'aria, l’acqua e le calorie che consumiamo pensando;

– di uno Stato di Diritto, con leggi atte a difendere la proprietà privata e squadroni militari per farle rispettare;

– di tutto il tempo e gli sforzi che impieghiamo a prendere decisioni e valutare dove, come e quando godere delle nostre esperienze.


I seguaci del Gianismo credono in un inferno diviso in sette o otto gironi. Ogni parte dell’inferno gianista è più fredda della precedente. Fortunatamente quest’inferno non è una destinazione definitiva: i Gianisti credono che l’esperienza infernale purifichi dagli errori commessi in vita e che hanno consegnato le anime a quel luogo. Queste, dopo un periodo di reincarnazione, possono riprovare nel tentativo di vivere nella moralità. Espulse dalle budella dell’inferno come feci fresche, le anime hanno una nuova possibilità per crescere rettamente in un corpo migliore. 


Da quando la cultura della cosiddetta “food experience” ha pervaso il nostro immaginario, tutta l’economia culturale si è rivelata una mera speculazione sulle nostre stesse feci. Per questo abbiamo creato il teatro, l’arte e la musica. Per questo abbiamo militarizzato così capillarmente le forze dell’ordine. Il dio che abbiamo a lungo venerato, e per servire e adorare il quale abbiamo creato il capitalismo, è stato dentro di noi per tutto questo tempo. LA CHIAMATA VIENE DALL’INTERNO. 


La favola di Benedict e Jørgensen ci mostra che non mangiamo più per generare energia nel nostro organismo: al contrario, è la merda che lo mette in moto. Se proviamo a imporci, i nostri escrementi ci rispondono: “Ti sembra di poter(ci) comandare?”


Ma il mondo di The Restaurant non manca interamente di ottimismo. Le chiose altisonanti di Snailien (una creatura per metà uomo e per metà lumaca che consegna ortaggi a domicilio) evocano la flessibilità del mondo naturale. Si tratta di promemoria del fatto che questo mondo non è un sistema “a somma zero”: la sua malleabilità suggerisce uno scenario basato su una logica del “sia/e”, che vive in accordo con la coprofagia apocalittica che infuria in The Restaurant. A completare l’inclusività del “sia/e”, The Restaurant include, del resto, anche il suo opposto, la logica del “neanche/né”, incarnata dalla figura altera dell’Alieno, le cui ragioni vanno al di là della nostra comprensione. Non ci resta che sperare che, nella contemplazione della diversità di tali personaggi, sia possibile maturare un senso di opportuna vergogna della responsabilità che abbiamo nel processo di distruzione del nostro pianeta, una vergogna che ci spinga a muoverci a rilento mentre guidiamo, e a sviluppare un tale timore della delusione da impedirci di guardare il cielo senza sbirciarne la vastità attraverso il telescopio delle nostre aspettative.


(Steve Kado)

Artist bio

Will Benedict (1978, Los Angeles) è un artista. Vive a Parigi. Il suo lavoro è stato recentemente incluso nelle mostre I AM A PROBLEM al Museum für Moderne Kunst, Francoforte (2017), Genre Non-Conforming: The DIS Edutainment Network al De Young Museum, San Francisco (2017), la 9a Biennale di Berlino (2016), la 10a Biennale del Nicaragua (2016) e la 31a Biennale di Lubiana (2015). Tra le recenti mostre personali si ricordano: Recent Video a Overduin & Co., Los Angeles (2018), Fiction is a Terrible Enemy presso la Fondazione Giuliani, Roma (2017), The Social Democrat a Gio' Marconi, Milano (2017), Law and Order a Simon Lee, Hong Kong (2017) e I AM A PROBLEMA a Rob Tufnell, Londra (2016).


Steffen Jørgensen (1983) è un artista. Vive a Copenaghen. Insieme a Robert Kjær Clausen e Allan Nicolaisen è autore di una serie di film tra cui, Sirens (2015), Sniper on the Sun (2014), Suicide Monkeys (2012), Easy Beige (2008), Cornucopia (2007), e Captain’s Log (2004) mostrati, tra gli altri, da Christian Andersen, Copenaghen, Paramount Ranch, Los Angeles, Toves, Copenaghen, Kunstraum, Londra, Galeria Vermelho, San Paolo e Pro Choice, Vienna. Jørgensen è co-fondatore dello spazio espositivo e collettivo di artisti YEARS a Copenaghen.


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