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Allan Kaprow Words

Allan Kaprow

Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, dettaglio. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, dettaglio. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
Allan Kaprow, "Words", 2019, veduta della mostra. Tecnica mista. Foto di t-space studio.
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Allan Kaprow

06.04 - 25.05 2019

Words

“Si presuppone che nello spettacolo teatrale il medium assoluto sia la parola. Capita spesso che anche gli Happening siano caratterizzati dall’uso delle parole, che tuttavia non necessariamente conservano un senso letterale.

Se le parole hanno senso, il loro significato non rientra nella categoria degli elementi non verbali (ru- mori, elementi visivi, azione)... Se invece non hanno senso, perdono il loro significato e diventano puro suono.”


Allan Kaprow, Happenings in the New York Scene (1961)


È il 1962 quando Allan Kaprow organizza Words per la prima volta presso la Smolin Gallery di New York. Questo Environment, un’opera partecipata multi sensoriale, si snoda in due sale. Trascritte su carta o stampinate su drappi in tessuto, parole tratte da poesie, giornali, fumetti ed elenchi telefonici coprono i muri della prima stanza. I partecipanti vengono incoraggiati a rivisitare queste parole e aggiungerne altre scrivendole su pezzi di carta. Tre registrazioni riproducono un testo recitato da Kaprow, mentre lampadine rosse e bianche si accendono e si spengono ritmicamente. Anche le pareti della seconda stanza sono coperte di parole. Qui i partecipanti usano gessetti colorati appesi al soffitto per decorare i muri con immagini e messaggi. I visitatori possono anche scrivere su fogli fissati con fermagli a lenzuola appese al soffitto. Un fonografo sul pavimento riproduce sussurri appena udibili.


Alexander May e Zoe Stillpass reinterpretano Words per Converso chiedendo a 100 artisti, scrittori e curatori di contribuire con una lista di 100 parole ciascuno. Queste liste, queste frasi e questi passag- gi verranno rielaborati da un’intelligenza artificiale che li modificherà e ricombinerà costantemente. Il network neurale ricorrente dell’AI imparerà a generare testi attraverso la ricostruzione di frasi e l’invenzione di nuove parole.


La voce, diffusa nello spazio, reciterà un testo in continua evoluzione. Pannelli bianchi copriranno il pa- vimento della chiesa e i visitatori potranno scriverci sopra, probabilmente influenzati dalle parole recita- te dall’AI. Questi supporti verranno progressivamente rimossi, impilati e rimpiazzati con nuove superfici pulite man mano che le parole satureranno lo spazio. L’interazione di persone, cose, immagini, suoni, linguaggio umano e di programmazione darà così vita a una poesia polifonica.


Quale nuovo linguaggio può emergere quando l’autorità della struttura linguistica umana collassa e le parole perdono il loro senso originario?


Words è stato prodotto in collaborazione con l’Allan Kaprow Estate e Hauser & Wirth. Con un un intervento grafico speciale di Allen Ruppersberg.

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LISTA DEI PARTECIPANTI

Mitchell Anderson, Michel Auder, Marie Auvity, Laetitia Badaut Haussmann, Mark Barrow & Sarah Parke, Tenzing Barshee, Alessandro Bava, Julie Beaufils, Will Benedict, Judith Bernstein, Jonathan Binet, Christopher Bollen, Edoardo Bonaspetti, Jennifer Bornstein, Julie Boukobza, Francesca Brusa, Katari- na Burin, Marin Buschel, Victoria Cabello, Alessandro Carano, Xinyi Cheng, Mieke Chew, Tyler Coburn, James Crump, Michele D’Aurizio, Anna Daneri, Adrian Dannatt, Kamran Diba, Leah Dieterich, Sid M. Due- nas, Paula Dykstra, Bettina Funcke, Alexander Galán, Jeanne Graff, Joseph Grigely, Mark Harris, Rachel Harrison, Martin Hatebur, Lena Henke, Karl Holmqvist, Jonathan Horowitz, John Houck, Peter Huttinger, Ana Iwataki, Hadrien Jacquelet, Kai-Isaiah Jamal, Jenny Jaskey, Charlie Jeffery, Tony Just, Matt Keegan, Young Kim, Henning Kober, Agnieszka Kurant, Ann Lauterbach, Lykke Li, Massimiliano Locatelli, Jason Loebs, Vicki Mansoor, Karen Marta, Pierre-Alexandre Mateos & Charles Teyssou, Marie Matusz, Molly Caro May, Sarah McCrory, Ryan McNamara, Ingo Niermann, Hans Ulrich Obrist, Joel Otterson, Maureen Paley, Marco Paltrinieri, Riccardo Paratore, Philippe Parreno, Thymaya Payne, Baptiste Pinteaux, Gea Politi, Rob Pruitt, Asad Raza, Noushin Redjaian, Cédric Rivrain, Allen Ruppersberg, Ronnie Sassoon, Matt Saunders, Eric Shiner, Amy Sillman, Sue Spaid, Tommaso Speretta, Christabel Stewart, Michael Stipe, Davide Stucchi, Studio for Propositional Cinema, Emily Sundblad, Kate Sutton, Catherine Taft, Benjamin Thorel, Rirkrit Tiravanija, Nicolas Tremblay, Frederic Tuten, Philip Ursprung, Jill Van Epps, Marion Vasseur-Raluy, Philippe Vergne, Artie Vierkant, Amy Vogel, Claire Wilcox, Jake Wotherspoon, Mia Wotherspoon, Linda Yablonsky, Simon Zoric.

Artist bio

Alla fine degli anni Cinquanta il pittore americano Allan Kaprow (b. 1927, Atlantic City - d. 2006, Encinitas) comincia a studiare l’azione nell’Action Painting in quanto componente fondamentale della pittura stessa.

Con l’opera del 1959 18 Happenings in 6 parts, una serie di attività apparentemente casuali ma accuratamente coreogra- fate, eseguite in collaborazione con John Cage e Robert Rauschenberg, Kaprow si dedica a una carriera costellata di opere temporanee, site-specific e intellettualmente rigorose che sfidano la commoditizzazione e che, in ultima istanza, danno vita alla performance e all’installation art. Inventore di Happening ed Environment, Kaprow incorpora elegantemente l’improv- visazione e la partecipazione del pubblico nel contesto del museo e della galleria, superandone i limiti tradizionali.

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