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fondazione CONVERSO
Piazza S. Eufemia, 1
Milan MI 20122
Dawn Kasper The Key

Dawn Kasper

Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
Dawn Kasper, The Key (2016). Presentato a Converso, Milano, il 13, 14 e 15 maggio 2017. Fotografie di t-space studio.
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Dawn Kasper

15.10.17

The Key

Il 13, 14 e 15 ottobre Converso presenta the key, una performance dell’artista americana Dawn Kasper.

"The Key" interroga le potenzialità dei rituali di guarigione: guarire un corpo, guarire un’anima, guarire (sanare) un’ambiente. La guarigione, quindi, come l’humus che riceve e coltiva i semi del gesto artistico – una chiave [key], appunto, per passare attraverso, oltrepassare la soglia tra il fare e il creare.


Nei rituali di Kasper una data coreografia è pregiudicata dallo spazio lasciato all’improvvisazione: movimenti, suoni (voci o di strumenti musicali o di oggetti – e quindi, anche, rumori), testi (parole, enunciati, dissertazioni) e configurazioni corporee si susseguono alla ricerca l’uno dell’altro, ma al di fuori del proposito di un climax. Si interconnettono, ma senza avviare una sequenza a spirale. Piuttosto tessono la monotonia di un motivo.


Nelle parole dell’artista: “Individuare un’interconnettività attraverso movimenti improvvisati, in teoria, genererebbe dei motivi. I motivi verrebbero disegnati e così la composizione verrebbe creata durante l’azione di attivare determinati materiali. Materiali come strumenti musicali, arredi scenici, persone nello spazio. Questi stessi materiali descrivono e fanno riferimento a motivi disegnati intessendo domande teoretiche e filosofiche. I motivi diventano documentazione. La documentazione come raccolta di dati; la raccolta di dati come composizione; la composizione come suono – suono che infine viene archiviati.”


Con "The Key" – e tanto accade in molte altre performance di Kasper – ci troviamo prima e dopo il gesto artistico. Come un pubblico circonda un palcoscenico, siamo condotti alla periferia della creazione, una paesaggio caliginoso nel quale o vagabondiamo – e quindi ci smarriamo – o restiamo, ad agognare il centro. Dov’è l’arte? È laggiù? È qui? È con lei, l’artista? È con noi? Non ci siamo giusto riuniti (in una chiesa!) per prendere parte a un avvenimento artistico (una cerimonia!)? La fede è naturalmente la più pervasiva forza in gioco qui. E l’esercizio della fede è quanto le performance di Kasper invitano a un arresto, a una sospensione – in questo modo possiamo porci sempre più domande sui luoghi e i modi attraverso i quali l’arte si materializza.  

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